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La Riserva naturale integrale Sasso Fratino patrimonio dell’Umanita, nel cuore del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, è la prima riserva naturale integrale istituita in Italia (1959) e si estende per 764 ettari di superficie. La riserva integrale, insignita fin dal 1985 del Diploma europeo delle aree protette, è stata istituita allo scopo di conservare uno dei pochi lembi di foresta giunto a noi quasi intatto grazie alla presenza di aspri pendii rocciosi e alla mancanza di vie d’accesso che da sempre l’hanno caratterizzata, le cui caratteristiche ne hanno impedito la colonizzazione umana. Ogni accesso all’interno dell’area protetta è assolutamente vietato, costituisce illecito penale, ed aspramente sanzionato dalle guardie forestali che ne sorvegliano i confini. Gli stessi sono ben segnalati da numerosi cartelli. La storia dell’attuale Riserva integrale Naturale di Sasso Fratino è indissolubilmente legata alla storia delle Foreste Casentinesi. Le Foreste Casentinesi sono state sottoposte ad una gestione sostanzialmente unitaria fin dal Medioevo. Attorno al 1000 d.C., la foresta faceva parte di un esteso feudo di proprietà della potente famiglia dei Conti Guidi di Modigliana e di Battifolle, e doveva presentarsi ancora in buona parte sotto forma di foresta vergine. Nel 1380 la Repubblica Fiorentina sconfigge militarmente i Guidi. La foresta fu confiscata ed assegnata, con due successive donazioni, all’Opera del Duomo di S.Maria Novella. L’opera iniziò un intenso sfruttamento commerciale della foresta. Il legname dell’Opera era molto richiesto dai cantieri navali di Pisa e di Livorno e dalla città di Firenze per la costruzione di palazzi e chiese (tra cui il Duomo stesso). La gestione consisteva nello sfruttamento indiscriminato degli alberi di maggiore pregio (una sorta di taglio a scelta commerciale) e cioè degli abeti plurisecolari che si potevano trovare nel bosco misto di abete e faggio. Per esempio, la realizzazione di un albero di maestra di galeazza (l’assortimento di maggior pregio) richiedeva un toppo della lunghezza di 28 metri, con un diametro in punta di 46 centimetri! I tagli erano effettuati preferibilmente nelle zone più accessibili, cercando, con scarsi risultati, di sfruttare le altre zone (tra cui l’attuale riserva di Sasso Fratino) mediante concessioni di taglio a terzi e assegnandole alle popolazioni locali perché vi esercitassero i loro diritti di legnatico. Gabrielli e Settesoldi (1977) riferiscono di documenti del 1701 in cui l’Opera del Duomo disponeva che le concessioni di taglio di legname a terzi dovessero essere fatte in zone particolarmente impervie, mai interessate da tagli da parte delle maestranze dell’Opera; tra queste località veniva indicato anche il nucleo centrale dell’attuale riserva di Sasso Fratino, destinata agli abitanti di Ragginòpoli (frazione di Poppi-Arezzo). Anche in seguito (1721) vennero espresse analoghe raccomandazioni, segno che i tagli non vennero eseguiti completamente, se non tralasciati. Il legname veniva esboscato a strascico, mediante l’utilizzo di buoi fino alla Badia di Pratovecchio, sede dell’amministrazione, ed ammassato nei piazzali in attesa delle piene dell’Arno. Il legname veniva quindi riunito in ‘‘foderi’’ (rudimentali zattere) e fluitato fino a Firenze o a Pisa. La gestione dell’Opera determinò la sostituzione di buona parte del bosco misto originario in più redditizie abetine, attraverso un’aspra lotta al faggio ed alla sua rinnovazione. Alla lunga, le foreste vennero notevolmente impoverite da questo tipo di gestione: tagli a scelta commerciale, ignoranza delle pratiche del vivaismo e del rimboschimento, ingenti tagli abusivi. A ciò si sommava la pressione esercitata dalle popolazioni romagnole, che attraverso un eccessivo pascolo in foresta e la pratica del ‘‘ronco’’ (taglio, abbruciamento della ramaglia e dissodamento) determinava una progressiva riduzione della superficie forestale e notevoli problemi di tipo idrogeologico. A causa della caduta del prezzo del legname avvenuta nel ’700, la foresta, non più redditizia, nel 1818 venne concessa in enfiteusi ai Monaci Camaldolesi, ma la situazione non migliorò. Nel 1838 la foresta passò sotto le Reali Possessioni del Granducato di Toscana. Il Granduca Leopoldo II ne affidò la gestione a Karl Simon (che italianizzò il suo nome in Carlo Siemoni), tecnico forestale boemo. Egli effettuò notevoli investimenti, applicando le più avanzate conoscenze e tecnologie forestali dell’epoca: introdusse le pratiche del rimboschimento, del vivaismo, del diradamento (prima praticamente sconosciute); razionalizzò la viabilità forestale; sperimentò specie esotiche (senza grandi successi). Al Siemoni si deve la creazione di estese abetine pure (trattate a taglio raso con rinnovazione artificiale posticipata) e purtroppo anche un certo inquinamento del patrimonio genetico della specie, attraverso l’importazione di seme dal Tirolo e dalla Boemia. Nel 1852 la foresta fu acquistata a titolo personale dal Granduca, affinché il lavoro del Siemoni non venisse intralciato da eccessivi intoppi burocratici. Dal 1900 al 1914 la foresta venne ceduta dai Lorena alla S.A.I.F., società privata che la sfruttò notevolmente per la produzione di traverse ferroviarie e carbone. A questo periodo risalgono probabilmente le 272 aie carbonili presenti nella riserva. Le popolazioni locali, preoccupate per l’eccessivo sfruttamento, che sottraeva la materia prima agli artigiani, sollecitarono l’acquisto della foresta da parte dello Stato, che avvenne nel 1914. Iniziò una notevole opera di miglioramento: vennero effettuati rimboschimenti di terreni nudi, ricostituzione dei boschi cedui degradati, acquisto di nuove proprietà. Vennero inoltre riparati i danni causati dalle intensissime utilizzazioni effettuate durante le due guerre mondiali. Per quanto riguarda l’area corrispondente all’attuale riserva, occorre far notare che gli interventi antropici furono sempre molto più limitati rispetto alle altre zone delle Foreste Casentinesi. Le prime notizie sulla gestione statale risalgono al 1915: secondo la ‘‘Relazione sull’Azienda del Demanio Forestale dello Stato’’ (Relazione Sansone) l’area corrispondente all’attuale riserva ‘‘è stata sempre utilizzata pochissimo: in qualche punto si potrebbe dire che non è stata utilizzata mai’’. Mancano poi notizie fino al periodo 1934-1943, per il quale il piano di gestione prevedeva tagli nel nucleo centrale della riserva (particelle 4-5-6) che però non furono mai eseguiti. Al periodo 1943-1952 risalgono ingenti tagli nella parte occidentale della riserva, che hanno lasciato notevoli segni nella struttura del soprassuolo, tracce di teleferiche e carbonaie. Il piano per il decennio 1953-1962 prevedeva dei tagli solo in parte eseguiti. Fuori del nucleo centrale furono comunque eseguite prudenti utilizzazioni fino agli anni ‘60. Sicuramente vi furono tagli ingenti durante i periodi bellici, ma non esiste documentazione al riguardo.